QUANDO DALL’ITALIA SI PARTIVA

Elementi di memoria che mettono in evidenza la durezza delle condizioni ed il razzismo incontrato nei luoghi di approdo, per lo sviluppo di un empatia della solidarietà che incrini l’anestesia culturale e l’oblio riguardante le storie migranti. Elementi presi a prestito dalle interviste fatte da Marco De Biase a emigranti italiani del secondo dopoguerra nel suo bel lavoro: “Infami senza lode. Etnografia dei migranti italiani a Toronto e dei “rimasti” in Italia”; e dalle parole del pezzo “Sull’Atlantico” tratta dall’album del 2014 “Gli ammutinati del Bouncin. Ovvero mirabolanti avventure di uomini e mari” di Murubutu, Mc di Reggio Emilia già attivo nel gruppo rap La Kattiveria.
Dal libro di De Biase.

Salvatore, (classe 1946) arrivato a Toronto nel 1958 con i suoi genitori, intervistato da De Biase nel 2009, racconta:
“Io appena sono arrivato a Toronto e ho visto come campavano gli italiani e anche gli altri migranti che non tenevano niente, ho capito che quella vita non l’avrei mai fatta. Scusa, se dovevo campare così malamente valeva la pena che ce ne stavamo in Italia. Mio padre aveva una pizzeria insieme ad altri parenti. Lavorava e lavorava e non teneva mai soldi. All’inizio con quei quattro soldi che guadagnava pagava l’affitto di casa. Poi dopo cominciò a guadagnare qualcosa, ma che senso aveva mettere da parte dei soldi e non avere nemmeno il tempo per spenderli? È una cosa stupida! Fare i sacrifici una vita per non sapere un cazzo di quello che ti circonda. Questi sono gli Italiani! Comunque io pensavo a guadagnarmeli da solo i soldi e avevo capito come fare. L’ultimo vero lavoro che ho fatto è stato il cameriere nel ristorante di mio zio fino all’età di 16-17 anni. Poi, mi sono sempre arrangiato facendo dei lavoretti ogni tanto”. (p. 70-71)

Modestino, (classe 1944) arrivato a Toronto con i suoi genitori nel 1957 da un paese dell’Irpinia, intervistato da De Biase nel 2009, racconta:
“Io nella mia vita ho fatto diversi lavori, in verità ho fatto finta di fare diversi lavori, ho provato tutta la vita a fare finta di lavorare per fregarmi i soldi. Ti assicuro che non mi sono mai sforzato più di tanto. Io la mia vita l’ho sempre vissuta al massimo senza rinunciare a nessuna esperienza. Vedevo mio padre sgobbare con un pennello in mano tutto il giorno sulle impalcature, la maggior parte degli italiani faceva la fame e lavoravano come i fessi tutto il giorno. Io dico: già vi hanno costretto ad andare via da casa vostra, dove siete nati. Poi venite in un altro paese e pensate solo a lavorare. Rubate e divertitevi visto che ormai l’Italia è lontana. Tanto qua faceva schifo peggio dell’Italia. Si, c’era il lavoro, ma non è che il lavoro sotto padrone sia una cosa tanto bella. Lavoravano come delle bestie per comprarsi la casa, per i figli. Ma quale figli e figli”. (p.76)

Tony, (classe 1952) arrivato a Toronto all’inizio degli anni Sessanta con sua madre e sua sorella, il padre era già in Canada per lavoro, intervistato da De Biase nel 2009, racconta:
“[…]Oggi, [alcuni italiani] si sono fatti i soldi sulle spalle degli altri e fanno ancora finta di andarsene a messa e di mangiare la pasta italiana. Manco la sanno cucinare la pasta. Prima hanno fatto gli schiavi e oggi fanno i padroni e altri poveri cristi fanno gli schiavi. Io, invece, non me la sono mai passata bene. I miei genitori hanno lavorato molto e sono riusciti solo a comprare una casa dove vive mia sorella con i miei nipoti […]”. (p. 79)

Pasquale, (classe 1939) arrivato a Toronto dalla Calabria nel 1959, intervistato da De Biase nel 2009, racconta:
“Quando sono arrivato qui c’erano tutte le razze. Io non avevo mai visto gente tanto diversa. Non ho mai avuto nessun problema, alla fine sempre dentro la stessa barca stavamo. Spesso vedo in televisione che in Italia i lavoratori stranieri vengono trattati proprio male. Non possono vivere in quelle condizioni. Da un lato penso che noi ce ne siamo andati da casa per far posto a loro, ma dall’altro penso che degli uomini non possono essere trattati a quel modo. Quando siamo arrivati a Toronto il razzismo era forte, soprattutto da parte degli inglesi. C’era una legge che vietava a noi italiani di riunirci in pubblico a più di due persone. La domenica quando andavo a vedere le partite qui a College la polizia veniva a picchiarci e noi per evitare questo camminavamo avanti e indietro per la strada […]”. (p. 44)

M. De Biase, Infami senza lode. Etnografia dei migranti italiani a Toronto e dei “rimasti” in Italia, Ombre corte, Verona 2012.
http://www.ombrecorte.it/more.asp?id=331&tipo=novita

Qui il testo di “Sull’Atlantico”, come dice Murubutu all’inizio del pezzo “una storia d’altri tempi, una storia di ‘sti tempi”..
Una storia d’altri tempi, una storia di ‘sti tempi…
-Dammi un abbraccio,  due baci, qua ognuno fa quello che può..
Prendi coraggio e una sciarpa…..farà freddo a Nuova York…-
Gianni come molti partiva dal molo più a Sud,
la nonna gli parlava con gli occhi: – non ti rivedrò mai più…-.
Non era ancora un uomo ma aveva braccia e polpacci forti
e il sogno del nuovo mondo come altri compatrioti
che vedevano nell’America una vita senza fame e
bastavano due settimane per raggiungerne i porti
e lo videro sparire sulla strada cantoniera,
tra le vigne e i gelsi bianchi già sepolti dalla sera,
strappò col destro un cimo corto di olivo acerbo e
lo aveva ancora in tasca quando arrivò al porto di Palermo.
Guardò lo sterno in ferro della nave sulle acque,
nelle tasche un biglietto per l’inferno della terza classe.
-Un bacio a te mamma, la nave qua è già fra le onde,
tu che hai preferito piangermi nella distanza più che nella morte-.
Rit: e quanti anni sono? sono tanti anni fa. …
e quanto campa un uomo? non così tanto man..
non sono solo sai i porti degli altri, i corpi degli altri, i morti degli altri…
e quali anni sono? Questi anni qua…
e quanto vale un uomo? Quanti anni ha…
non sono solo sai i mondi degli altri, si scaldano al sole qui i volti  migranti
I migranti ora pregano, stipati nei loro giacigli,
sono i dannati sull’oceano come De Amicis,
due settimane di agonia fra i pianti dei figli,
qualcuno muore di malattia, volano in mare i corpi dei villici.
Lo scafo apre le acque come una forbice,
bagna di sale i molti volti esausti sul ponte,
dopo tutto il giorno passato a fissare l’orizzonte
hanno le rughe degli occhi con la forma dei contorni della  coste.
Poi l’arrivo là all’alba e a Gianni  pare ormai fatta,
la massa canta quando la nave attracca a Manhattan,
attacca la pancia all’attracco e calma rovescia la calca
che passa sotto lo sguardo di ogni guardia di Ellis Island.
Ma il sogno del luogo si incrina già sul nuovo molo
-Hei men! – Gianni è un uomo solo fra tanti e solo un uomo,
c’è un manifesto monocromo che parla di loro,
c’è scritto: -Zio Sam attento alla nuova orda dei ratti italiani sul suolo!-
Gianni lavora a ore, come scaricatore navale,
dorme testa-piedi con altri dieci in un monolocale,
quando si corica stanco, si gira di lato e scrive di fiato:
-cara madre non è questo il paese che avevo sognato..-.
Passa mesi nei porti, mette da parte dei soldi,
negli anni il “dago” diventa Gianni e Gianni diventa Johnny,
ora che ha i fondi in tasca scappa dai bassifondi
sposa un paesana, compra una casa nel Wisconsin;
ora ha una piccola ditta che taglia legname
ma 30 anni sono molti e pensare a casa lo fa stare male,
così solca l’oceano e ritorna alla patria Trinacria,
dove i fiori di bouganvillea sembrano farfalle di carta.
Gianni sulla spiaggia di casa, sotto il sole che scalpita,
guarda il mare che guarda la costa che guarda l’Africa
poi all’orizzonte scorge un barcone, è fitto di corpi e dolore,
Gianni rivede sé stesso: il migrante ha un solo colore, un solo nome.
Rit.

http://murubutu.blogspot.it/ il blog con i testi
Murubutu, Sull’Atlantico (prod. TriplexFila), Gli ammutinati del Bouncin. Ovvero mirabolanti avventure di uomini e mari, 2014

QUANDO DALL’ITALIA SI PARTIVA (ANCHE SE NON SI É MAI SMESSO)..