DONNE CHE STRAVOLSERO L’IMPOSIZIONE DEI RUOLI DI GENERE.
Sovvertimento di un modello normativo durante la Seconda Guerra Mondiale e nella Resistenza Antifascista.
Di Piero Docru
Cosa porta la seconda guerra mondiale dentro, cosa lasciano il dramma e la distruzione alla persona? E nel profondo? All’interno del soggetto?
Ricercare storie di vita, vite di donne, con particolare attenzione alle esistenze di coloro che all’interno del contesto della seconda guerra mondiale subirono e vissero un esperienza di oppressione profonda attraverso l’internamento manicomiale.
Internamento, non ricovero, in quanto quando si tratta dell’istituzione totale manicomiale preponderante è la dimensione di reclusione, costrizione e negazione della soggettività e delle contraddizioni personali e sociali che nell’espressione del comportamento emergono senza mediazioni.
Condizione di oppressione totale manicomiale e prevaricazione multipla di fattori concomitanti quella che subiscono alcune donne in Italia nel periodo storico della seconda guerra mondiale.
La subordinazione di genere e il patriarcato familistico e sociale italiano, aggravatisi con l’avvento nel fascismo, furono alla base del grave peso che le donne dovettero subire, con il quale dovettero implicitamente o esplicitamente confrontarsi e contro il quale dovettero ribellarsi.
Nell’internamento manicomiale delle donne durante il periodo finale delle dittatura fascista segnato dalla seconda guerra mondiale i fattori che compartecipano e si combinano sono: l’internamento nell’istituzione totale manicomio; la negazione della gravità situazionale del conflitto bellico che costituisce il contesto segnato e produttore del manifestarsi di una crisi della presenza e del disagio psichico, ovvero alla domanda “la guerra fa male?”, la psichiatria italiana è sempre stata pronta, durante e dopo la seconda guerra mondiale, a rispondere con un “no” categorico; il ruolo assegnato alla donna di essere “in funzione altrui”, negandole uno spazio personale, sociale e politico proprio, poiché essa rimanesse il soggetto di genere connotato “che da vita” ma che non deve avere a disposizione la propria; e quindi la relegazione della donna alla funzione di generatrice-nutrice.
Come fosse possibile per una donna ribaltare il modello normativo che ne definiva l’esistenza in questo contesto storico di dittatura e di ingerenza bio-politica, lo scopriamo attraverso la lettura di due sentieri di vita, di due possibilità molto diverse tra loro, ma entrambe contraddistinte da una fortissima radicalità che ridefinisce la “vita-tutta” di queste donne.
Il primo sentiero di vita che qui andiamo a ricercare, scoprire e cercare di comprendere
consiste nella negazione radicale da parte di alcune donne del ruolo di generatrice-nutrice diventato impossibile nella contestualità di estrema privazione dovuta alla guerra.
Questa negazione non scelta ma subita determina vuoto, dovuto all’impossibilità di corrispondere alle necessità della prole, figlie e figli che languono e muoiono fra le braccia e nella disperazione delle madri. Donne che si ritrovano sole nella mancanza e nella disperazione avendo la guerra coattivamente trasferito tutti gli uomini abili al fronte. Ciò arreca conseguentemente la mancanza di identificazione nel ruolo psicologico e sociale di madre, introiettato in un acculturazione imponente e storica per ciò, la maggior parte delle volte, culturalmente accettato.
Per quanto sia un dramma disperato dettato dalla situazione e non dalla scelta, questo percorso di vita stravolge completamente la condizione imposta alla donna.
Il secondo sentiero di vita, non già percorso in precedenza, riguarda principalmente giovani donne non ancora costrette nella maternità e nel matrimonio, che si uniscono alla resistenza antifascista ribaltando il modello normativo attraverso un affermazione personale e politica che ha nell’azione la condizione primaria di partecipazione, non “al fianco dei” ma insieme con i combattenti uomini.
1. Internamento manicomiale e rifiuto del ruolo materno
È nota l’importanza del “pronatalismo” nella retorica e nel programma fascista, “pronatalismo” che si pone discorsivamente contro la libera scelta personale delle donne, ponendo l’obiettivo sociale di contrastare il calo delle nascite e di “dare figli alla patria”. Impone con più forza ancora in una società già improntata sul patriarcato un identificazione femminile volta alla massima valorizzazione della maternità ed alla relegazione in essa.
Partendo dall’analisi di una psichiatra dell’epoca, Maria Del Rio (su quanto i soggetti provenienti da categorie subalterne che assurgono ad un elevazione di rango, sia essa sociale, economica o culturale; diventino i primi nemici dei gruppi sociali dai quali accenniamo soltanto in guisa del fatto che non sia un caso che una psichiatra donna negli anni ’40 si trovi ad esprimere tutta la spietatezza del suo giudizio sulle donne che tratta psichiatricamente), che afferma come la guerra risulterebbe per le donne molto meno traumatica di quanto non lo sia invece per i soldati:
“Il soldato […]partecipa alle odierne battaglie, assiste a spettacoli raccapriccianti, a ecatombi di compagni e sente e vede il pericolo mille volte attorno a sé[…]. Per la donna invece rappresenta solo un’immensa fonte di dolore, un succedersi di ansie, un motivo di pianti disperati e di rinunce amare.”
Dove l’avverbio “solo”, viene utilizzato in maniera drastica e densamente significativa, ha la funzione di spiegare quanto sia nonostante tutto limitato l’impatto della guerra sulla popolazione civile non direttamente belligerante e ridimensionare così l’intensa traumaticità che la guerra in maniera devastante impone a chi necessariamente resta a prendersi carico della continuità “civile” e famigliare, le donne.
Ma studiare la seconda guerra mondiale significa studiare tutta la inedita complessità, intensità e larghezza delle situazioni, delle categorie sociali, degli aspetti che in una maniera o nell’altra hanno finito per coinvolgere città e campagne, agglomerati urbani e paesi, militari e civili.
La seconda guerra mondiale si caratterizza investendo direttamente tutta la popolazione, travolgendo insieme uomini e donne, come scrive Galli Della Loggia (1991): “La mancanza di fronti militari più o meno stabili sul terreno e fissi nel tempo spezzando la rigidità spaziale della guerra ne spezzò anche, per così dire, l’imputazione sessuale, rigidamente circoscritta agli uomini. Dal 1939 al ’45 la guerra non corrispose ad alcun separato nel quale si affrontassero due gruppi contrapposti di maschi, ma […] impegnò da cima a fondo la quotidianità di ciascuno”.
Comprendere che la guerra interessa direttamente la popolazione civile, e che gli effetti sul corpo sociale incidono drasticamente sulla vita delle donne, è necessario per capire quanto accanitamente la psichiatria italiana abbia negato considerazione umana e sociale alle persone, ed alle donne in particolare, che presentarono disturbi derivanti dalla situazione traumatica della seconda guerra mondiale. Riprendendo le tesi della Del Rio, che rispecchiano la posizione diffusa tra gli psichiatri italiani: “Non si può accusare la guerra di aumentare da sola il numero delle malate di mente. Le si può forse attribuire, per tramite della donna, una ripercussione sull’avvenire. Le generazioni concepite negli anni di guerra pagheranno un maggior tributo alle malattie mentali, tarda manifestazione delle sofferenze e delle angosce subite dalle madri.”
Secondo questa affermazione è attraverso il corpo della donna che la guerra produce follia e non la guerra in sè, donna che genererà figli mentalmente disturbati o comunque predisposti alla pazzia.
Incontriamo qui alcuni importanti elementi che definiscono la condizione subordinata della donna, nel suo essere e nel suo corpo; e la condizione subordinata del soggetto che esperisce disagio psichico per definizione psichiatrica soggetto non legittimo e disagio non legittimabile socialmente.
Condizione di subordine dell’essere donna, alla quale viene negata una sua condizione di soggetto autonomo, da considerare di per sé stessa con la sua personalità e il suo spazio psichico indipendente.
Strettamente legata alla funzione di madre-generatrice, è in questa accezione che l’equilibrio psichico femminile deve essere salvaguardato, occorre infatti aiutarla solo perchè continui ad essere buona madre e svolga così il proprio ruolo sociale all’interno della famiglia.
Condizione di subordine dell’essere soggetto che presenta problemi psicologici, affetto secondo la psichiatria da malattia mentale, disagi che secondo la tradizione psichiatrica italiana vengono sempre ricondotti a cause di tipo organico, riducendo le problematiche psichiche a pura biologia, distaccando totalmente l’individuo medicalizzato dalla sua dimensione umana (Giancanelli e Campoli).
Costretta ad ammettere ,suo malgrado, dall’evidenza dei fatti la patogenicità del trauma e l’importanza della sua componente emozionale, la psichiatria italiana continuerà fino al termine della Seconda guerra mondiale a impegnarsi nel ricondurle comunque al corpo, al dato biologico. Per farlo sceglie due principali strade: la prima, che chiameremo schematicamente meccanico-celebrale, tende a sopravvalutare la componente fisica rispetto a quella emozionale tra le cause efficienti; la seconda, che chiameremo endocrino-costituzionale, tende a sopravvalutare le cause predisponenti, in particolare di carattere fisico, rispetto alle cause efficienti (Peloso, la guerra dentro, pg.169). La psichiatria Italiana afferma così un paradigma secondo il quale la guerra non può provocare la “comparsa di psicosi in individui sani, siano pure terribilmente gravi le emozioni, gli strapazzi, le privazioni da essi subiti” e perciò è di per se stessa asettica e tuttalpiù semplice fattore casuale per quelli che sani non sono e non lo sono mai stati (Sorcinelli, la follia della guerra, pg.35).
Per tornare alle storie delle donne fra condizione femminile, manicomio e guerra, troviamo nel capitolo Silenzio e solitudine di donne, scritto da Sabina Cremonini all’interno de “La follia della guerra”, importanti testimonianze nelle cartelle cliniche delle ricoverate-internate.
Emblematica è la cartella clinica della ricoverata-internata A.K., di 55 anni, vedova, alcolizzata, forse internata altre volte fra il 1938 e il 1939, apprendiamo inoltre che la ricoverata non sa spiegarsi le ragioni del ricovero: “chiede sempre la ragione per cui è stata portata qui. Chiede anche di essere inviata subito a casa”. Ragione che non è chiara neppure allo psichiatra che infatti annota: “Non si riesce a porre in evidenza alcun fatto psicopatologico importante […] è orientata e parla a tono […] è tranquilla e pulita”.
A.K. sarà dimessa dopo circa tre mesi. Ma durante il suo pur “breve” periodo di degenza, svariate sono le lettere che i figli di A.K. scrivono alla loro madre e allo psichiatra direttore del San Lazzaro, fra le lettere è interessante in questo caso riportarne solo una, indirizzata da un figlio alla madre:
“Cara mamma nessuno non mi aiuta ne la zia Milca ne lo zio Tono ne nessuno che così vivo come una bestia, mangio una volta al giorno quei 20 deca di pane e un grapolo d’uva […]. Io spero in Dio che tu tornerai e continueramo a vivere insieme come prima. Io mi trovo in brutte condizioni perchè non ò soldi per comprare il mangiare del Sig. Mili perchè non vuole dare il debito.” (OPPR, Cartella clinica di A.K., b. novembre 1942, Lettera di S.K., 25.11.42.)
Questa lettera di uno dei tre figli di A.K. da il senso di abbandono a se stessi che l’assenza della madre provoca , in un reticolo sociale in cui pare completamente mancare la solidarietà, anche da parte dei parenti, che in simili circostanze di guerra la memorialistica ha tante volte enfatizzato. I tre sono orfani di padre e solo la madre, benchè alcolista, riesce a colmare il vuoto affettivo e a provvedere ai loro bisogni materiali. Inoltre Cremonini da una lettura ulteriore della situazione famigliare affermando che: “la salute mentale che essi agognano per la madre è principalmente finalizzata a ristabilire l’identità del rapporto madre-figli, rientrando perciò anche questa vicenda nello stereotipo storico e culturale della donna vincolata al “ruolo di nutrice”. Essa è stata condizionata a trovare la propria “identità sociale ed esistenziale” solo all’interno della famiglia e nell’adempimento dei compiti materni, nel suo “esser nutrimento”, appagatrice degli altrui bisogni. Durante la guerra, il compito di madre-nutrice, nel senso proprio e non solo figurato del termine, si fa più difficile e gravoso, ostacolato per di più dalla drammatica carenza di generi alimentari. Il fascismo aveva richiesto frugalità, risparmio e parsimonia nella sfera domestica sulla base di precise esigenze economiche e politiche, ma “questa necessità di surrogare, di inventare, di risparmiare, si traduceva per le donne in un aumento costante di lavoro”(Mafai, L’apprendistato della politica). Con lo scoppio della guerra la situazione si farà man mano più pesante; le donne dovranno affannarsi in mille modi per riuscire a provvedere alla sussistenza famigliare: “diventavano magre e rabbiose. Il pane era insufficiente: i bambini avevano fame, per la mancanza di grassi avevano le mani e i piedi gonfi di geloni”(Mafai, l’apprendistato della politica).
Le donne devono lottare per la propria sopravvivenza e per quella della famiglia: una lotta continua e logorante contro la fame e contro la morte, nell’attesa di notizie dagli uomini al fronte, che arrivano sporadicamente o che all’improvviso non arrivano più. Bambini e adolescenti, affamati e attoniti, si rivolgevano alle madri che erano “inevitabilmente” diventate “il pilastro di questa vita famigliare, sconvolta rispetto al passato, […] che va organizzata fuori e al di là delle regole consuete, con più rassegnazione che protesta in questo modo di vivere dominato dalla paura.” (Mafai, Pane nero). Molte donne sono riuscite a sopportare con tenacia la fatica e l’angoscia di ogni giorno; per altre invece, una parte delle donne ricoverate in manicomio in quegli anni, la paura di non farcela ha finito per prevalere e per farle soccombere ad “idee di rovina”, come si legge spesso nelle cartelle cliniche. Idee di rovina che la guerra, col suo scenario di distruzione, non poteva altro che suscitare e ingigantire.
Esauste e demotivate dalle condizioni di vita imposte dagli eventi a sostenere il ruolo di madri, queste donne rifiutano di nutrirsi (svariati sono i casi di sitofobia, disturbo comportamentale psicomotorio che induce al rifiuto di alimentarsi) e al tempo stesso rifiutano di “essere nutrimento” per gli altri. Finiscono quindi col rifiutare l’unico ruolo a loro esplicitamente riconosciuto dalla società, ruolo che la guerra aveva reso insostenibile nonostante si continuasse a richiedere loro di essere polo di coesione famigliare. E alcune pagano il prezzo di questa situazione paradossale (che imponeva di essere madri-nutrici, privandole però delle condizioni per poterlo essere) con l’internamento in manicomio. Leggiamo nella cartella clinica di M.F. “le restrizioni alimentari e soprattutto le forti emozioni e gli spaventi procurati dalla guerra, ed in parte le preoccupazioni economiche avevano determinato una profonda alterazione del carattere [con] indifferenza e noncuranza per i propri figli” e in quella di E.G. “piange, rifiuta di cibarsi, odia il bambino ultimo nato dei cinque figli,non dorme”, disinteresse per il figlio, apatia per i lavori domestici, paura dei bombardamenti, indifferenza verso la vita sono i parametri su cui altri decidono la sua malattia mentale. E ancora A.C., ricoverata-internata nel 1941 al S. Benedetto di Pesaro, con la diagnosi di “amenza in allattamento” che viene fatta risalire al dispiacere provato “per il richiamo alle armi del marito”, che l’ha portata a “tendenze pericolose”: ha cercato di “colpirsi il petto col bicchiere”, rifiuta di nutrirsi e rompe gli oggetti che le capitano a portata di mano. La diagnosi in questo caso è di “frenosi puerperale” che comprendeva “sia i disturbi nervosi della gravidanza in generale, sia le frenosi che intervenivano in seguito durante l’allattamento”.
La “frenosi puerperale si mostrava […] tramite una vera e propria sovversione di quello che era considerato l’istinto primordiale, quello materno, ma anche come una rivolta alle regole del ruolo femminile”. “Frenosi puerperali”, “frenosi mestruali” e “isteria” sono considerate tipiche manifestazioni di follia femminile, in cui risulta evidente “il legame tra genitalità e malattia mentale. (Babini, Minuz, Tagliavini, La donna nelle scienze dell’uomo). La follia della donna è, fin dalla seconda metà dell’ottocento, ricondotta ad una dimensione fisiologica-sessuale non riscontrabile invece in campo maschile e la “frenosi puerperale” rappresenta in questo senso “il caso forse più emblematico di questa fusione fra sfera biologica ed emotiva”.
In alcune occasioni nonostante le gravi diagnosi osservate con attenta e calcolata perizia da parte degli psichiatri,le internate vengono rilasciate dall’ospedale psichiatrico dopo brevi permanenze, per E.G. I medici certificano che è una “persona normale”, dal “contegno normale”, senza allucinazioni di sorta e la dimettono dopo un mese; A.C. Verrà dimessa dal S. Benedetto dopo “solo” due mesi.
È così che in un contesto di estrema privazione e di impossibilità oggettiva di corrispondere alla funzione di generatrice-nutrice per i propri figli, alcune donne ribaltano in maniera totale questo ruolo che gli viene imposto e richiesto in paradossale contrasto con una realtà di guerra che inficia i pure caparbi tentativi di corrispondere ancora il nutrimento, il riparo, l’affetto.
Questo avviene attraverso la negazione, negazione di sé stesse, attraverso il mancato nutrimento, attraverso l’idea e l’azione del suicidio e conseguentemente negano il loro ruolo diventato impossibile di madri-nutrici.
É significativo il caso di M.M. 52 anni, casalinga, coniugata. Ricoverata al S. Lazzaro nel giugno del 1943. Il suo internamento-ricovero ha per diagnosi “delirio acuto” che si manifesta attraverso un lungo silenzio che viene spezzato soltanto dalla visione di “gravissime sofferenze” future. Il silenzio di M.M. comincia quando i due figli sono richiamati alle armi e le condizioni della famiglia peggiorano notevolmente.
Anche in questo caso, appaiono i segni di una lacerazione psichica che la guerra lascia su molte donne attraverso lo smembramento dei nuclei familiari, le restrizioni economiche, la precarietà, l’incertezza del futuro, la paura e la solitudine. Da questa condizione scaturisce in primo luogo il rifiuto del cibo e il rifiuto di essere madri e quindi un senso di rinuncia e di sconfitta soggettiva. “Il sentimento dell’amore materno” è per queste donne “anche la giustificazione ultima dell’esistenza”, incapaci di “riporre in sé, e non in altri, il senso della propria esistenza”, alcune di esse arrivano al punto di proporsi di uccidere se stesse e i propri figli. La crisi nei confronti del ruolo materno si manifesta in modo drammatico, generando una perdita di identità che non si ricompone certo fra le mura del manicomio, né evidentemente con le terapie convulsivanti a cui vengono sottoposte.
Le parole della partigiana Giuliana Gadola Beltrami tracciano un legame fra le due parti di questa ricerca: “É indubbio, a mio parere, come le donne furono spinte all’azione non solo da ciò che sentivano in comune con gli uomini, come la lotta di classe, l’odio al fascismo e l’insofferenza per l’occupazione straniera, ma anche da motivazioni loro particolari: innanzi tutto dall’orrore per la guerra, di cui erano più portate a misurare l’inutilità e la miseria, e secondariamente da un profondo – e talvolta quasi inconscio – impulso alla liberazione personale, al superamento di un ruolo mortificante, alla riconquista di una dignità offesa”.
2.L’altra metà della Resistenza
L’altro percorso di vita che intraprendono per scelta molte donne nel contesto della seconda guerra mondiale è quello della resistenza. Questa partecipazione si manifesta in svariate forme, tutte fondamentali nel quadro della guerra al fascismo e al nazismo.
La partecipazione femminile alla Resistenza è di fondamentale importanza, sia per la dimensione numerica sia per la motivazione che spinge le donne nella lotta antifascista. Sono, in particolare, proprio queste motivazioni che si voglio scoprire attraverso la lettura delle voci di partigiane attive nella guerra di Liberazione, riportate nella raccolta di testimonianze condivise nel convegno “L’altra metà della Resistenza”, un interessante incontro di generazioni a confronto, partigiane e militanti del dopoguerra incontrano le donne attive e militanti degli anni ’70 cercando di intessere una condivisione comune sulla via della liberazione, tenutosi a Milano nel novembre del 1977.
Ponendo come condizione di base il riconoscimento della partecipazione numerica, militare e qualitativa delle donne alla Resistenza, nel suo racconto la partigiana Giuliana Gadola Beltrami mette in chiaro tutta la violenza che affrontarono sul campo e nelle stanze di tortura le donne che combatterono nella guerra di resistenza: “Ci furono tra le resistenti 2.750 fucilate o cadute in combattimento, 3.000 deportate nei campi di sterminio, 4.500 arrestate e torturate. A questo proposito bisogna osservare che le donne venivan torturate ancor più spesso degli uomini, sia perchè la cosa dava maggior soddisfazione al sadismo dei carnefici, sia perchè era risaputo che per le mansioni che svolgevano erano sempre in possesso di informazioni preziose: gli ufficiali di collegamento, cioè le staffette, erano anche per motivi pratici solo donne. E a loro era riservato, oltre agli altri, un tipo particolare di tortura, la violenza sessuale, che i fascisti esercitavano di regola sulle arrestate. Anche questo le vittime non amano raccontarlo: alcune di loro non lo hanno mai detto”.
Le parole della partigiana Joyce Lussu ci portano direttamente dentro l’esplosione della contraddizione di genere all’interno delle famiglie italiane attive nella resistenza, laddove la partecipazione femminile incrinò e sovvertì il ruolo di relegazione secolare della donna, di moglie-madre, inserendo nel quadro della lotta armata un vero e proprio stravolgimento rivoluzionario culturale nel quotidiano, “quando una qualsiasi famiglia veniva coinvolta nella Resistenza, per situazioni particolari o per scelta, immediatamente qualcosa esplodeva al suo interno: non reggevano più i vecchi rapporti tradizionali e la sua struttura patriarcale. Al contatto operativo con una lotta popolare che esigeva sodalizio, fiducia, contatti, segretezza, non era certo possibile imporre alle ragazze di ritirarsi alle sette di sera, o alla moglie di cucire e cucinare in silenzio, in un angolo della casa. Ognuno partecipava collettivamente alle nuove esigenze e quasi automaticamente si stabiliva un assetto democratico all’interno del nucleo famigliare allargato. Questo affrancava le donne in una sorta di prima liberazione, creando nuovi interessi e nuovi rapporti tra i membri della famiglia”.
E se si può parlare di resistenza tradita, all’interno della politica di mediazione ed abbandono dell’ipotesi rivoluzionaria da parte del PCI, che trova preambolo in una pronunciazione di Togliatti del 1936 “Diamoci la mano, figli della Nazione italiana! Diamoci la mano, fascisti e comunisti, cattolici e socialisti, uomini di tutte le opinioni. Diamoci la mano, e marciamo fianco a fianco per strappare il diritto di essere dei cittadini di un paese civile quale è il nostro”; si può parlare, senza pericolo di dare un giudizio avventato o semplificato, dell’altra metà della resistenza tradita, ed è quanto mai importante capire quali furono, continuano ad esistere nel 1977 e persistono ancora negli anni 2010, le contraddizioni che si frappongono alla liberazione della donna all’interno degli stessi movimenti di liberazione antifascisti e antiautotitari. A questo proposito citiamo le parole di Isotta Gaeta partigiana nella 107° Brigata Garibaldi, “le donne furono doppiamente tradite: dalle forze conservatrici che cercavano di far arretrare tutto il movimento popolare e dai loro stessi compagni di lotta”.
Donne che, riportando le parole della partigiana Ada Gobetti: “ in quei venti mesi drammatici e stupendi, hanno acquisito coscienza di sé scoprendo nuove e diverse qualità di eroismo”.
Nel quadro dell’obiettiva subordinazione socio-culturale in cui le donne sono storicamente confinate le loro scelte non convenzionali finiscono con l’essere sempre più radicali e meno inclini alle negoziazioni rispetto a quelle dei colleghi maschi. Significativa in questo senso è la testimonianza della partigiana Giuliana Gadola Beltrami che all’interno dell’azione acquista una condizione di parità con gli uomini, andando oltre e superandoli in abilità e coraggio: “Questo lo ricordo personalmente: quando in montagna m’insegnarono a sparare io dapprima m’ero rifiutata, dichiarando che ero pronta a fare di tutto fuorchè uccidere -[…]- poi m’ero lasciata convincere pensando a casi di necessità o di difesa personale […]. Ebbene, quando ebbi fatto centro col moschetto e girato il mitra in qualche sventagliata, sentii una certa fierezza. “sono come un uomo”, pensai, “non c’è nessuna differenza”. In realtà, oltre a usare le armi, le donne fecero di tutto, come vedremo. E lo fecero quasi sempre con un coraggio, una forza d’animo straordinarie. Gli uomini stessi sono concordi nell’affermare che le donne erano generalmente più coraggiose, che a loro si poteva affidare con maggior fiducia mansioni pericolose e delicate. Sarebbe interessante analizzare psicologicamente le cause di questo coraggio, di questa ostinata sopportazione di qualunque rischio o fatica. […]. certo è che quando una donna si mette sul piano dell’uomo vuole (o deve?) dimostrargli che vale quanto lui e quindi tende a oltrepassarlo”.
È necessario considerare la differente condizione culturale fra gli anni ’40 e i ’70, mettendole anche in relazione storica, poiché la partecipazione delle donne alla Resistenza ha ripreso una tradizione di lotta precedentemente presente nei movimenti proletari, e affermando uno spazio politico autonomo e riconosciuto ha aperto la possibilità di un percorso di rottura anche per le generazioni successive.
A differenza degli uomini che, anche quando imboccano vie estreme non sono mai considerati fuori posto, l’ insubordinazione femminile entra immediatamente in rotta di collisione, ancora prima che con la legge, con un ruolo sociale e culturale. La storia è piena di ribelli, banditi, rivoluzionari (Hobsbawm 1966;1971; 1975) e guerriglieri sempre declinati al maschile, mondi pressochè esclusi all’universo della donna. […]. Per questo quando le donne infrangono le regole lo fanno con una coerenza e una determinazione sconosciuta ai mondi maschili.
Lo studio di capitoli di storia densi di significato, la voce di soggetti volutamente dimenticanti come quella delle internate manicomiali, e la riscoperta dell’altra metà della resistenza trascurata e taciuta, ci interroga e ci porta nel mezzo di un attuale che sui territori della discriminazione di genere impone una critica radicale, di pratiche di decolonizzazione quotidiana e di indocile rivolta all’acculturazione imposta dal binarismo di genere e dal patriarcato.
Bibliografia
AA.VV., L’ altra meta della Resistenza (Interventi tratti dal convegno “L’altra metà della Resistenza”, Milano, 1977),
Mazzotta, Milano 1978.
Fanon, F., I dannati della terra, Edizioni di comunità, Milano 2000.
Mafai, M., L’ apprendistato della politica : le donne italiane nel dopoguerra, Editori Riuniti, Roma 1979.
Peloso, P. F., La guerra dentro : la psichiatria italiana tra fascismo e resistenza : 1922-1945, Ombre corte, Verona 2008.
Quadrelli, E., Andare ai resti : banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni Settanta, DeriveApprodi, Roma 2004;
capitolo “La saggezza femminile”.
Sorcinelli, P., La follia della guerra : storie dal manicomio negli anni Quaranta, Angeli, Milano 1992.

